Storie di territorio

Il legno che reggeva Venezia: dai boschi della Carnia all’Arsenale

13 Giugno 2026

In alcuni boschi della Carnia, quelli che oggi appartengono al Consorzio Boschi Carnici, la Repubblica fece piantare cippi di confine segnati con due lettere, CX, la sigla del Consiglio dei Dieci. Erano boschi banditi, sottratti all’uso delle comunità e riservati, come si legge in un documento dell’epoca, «per uso et bisogno della Casa dell’Arsenal», soprattutto per remi, alberi e antenne delle navi. Venezia, città senza foreste, per secoli andò a cercare il legno sulle montagne del suo dominio e lo fece scendere fino alla laguna seguendo i fiumi.

Da dove arrivava il legname di Venezia?

Il legname di Venezia arrivava da un arco di montagne e colline che andava dal Trentino all’Istria. Le conifere, abete rosso e larice, scendevano dalle Alpi del dominio: dal Cadore lungo il Piave, dalla Carnia e dal Friuli lungo il Tagliamento, dal Primiero lungo il Cismon e il Brenta. Il rovere per chiglie e ossature delle navi veniva dai boschi di pianura e di collina, con il Montello in testa, mentre il faggio per i remi arrivava dalla foresta del Cansiglio. Quando tutto questo non bastava, la Repubblica attingeva ai boschi dell’Istria e importava quercia dalla Dalmazia.

Le proporzioni danno l’idea del problema. Secondo le stime dello storico forestale Mauro Agnoletti, una galera del Cinquecento era fatta per circa il 55% di quercia e per il resto di conifere, e anche nei momenti migliori l’entroterra veneziano non riuscì mai a fornire più di 20.000 metri cubi l’anno di legname adatto alle costruzioni navali, molto meno di quanto servisse.

BoscoLegnoA cosa servivaVia verso la laguna
CadoreAbete rosso, lariceTravi, tavole, pali di fondazione, antenne per le alberaturePiave, con fluitazione e zattere
Carnia e FriuliAbete, lariceTavole e travi; remi e alberi dai boschi banditiTorrenti carnici, poi zattere sul Tagliamento
Primiero e AgordinoAbeteTravi e tavoleCismon e Brenta; Cordevole e Piave
CansiglioFaggioRemi delle galeePiave
MontelloRovereChiglie e ossature delle naviPiave
Istria (bosco di San Marco a Montona)RovereCostruzioni navaliPer mare

La città costruita sul legno

Venezia poggia su una selva di pali conficcati nel fango della laguna. Nei fondali poveri di ossigeno quei tronchi si sono conservati per secoli, e molti di quelli scesi dal Cadore lungo il Piave sono ancora lì, sotto chiese, palazzi e fondamenta. Il legno serviva poi per solai, soffitti, pavimenti e arredi, e più di tutto per le navi.

Il cantiere più affamato di legname era l’Arsenale. La tradizione ne fissa la fondazione al 1104, sotto il doge Ordelafo Falier, anche se una data così precisa non ha riscontri documentari; di certo esisteva all’inizio del Duecento, e dal 1320, con l’Arsenale Nuovo, diventò un impianto di produzione vero e proprio. All’inizio del Cinquecento vi lavoravano, secondo le stime più citate, circa 16.000 persone, organizzate per fasi in un modo che gli storici paragonano a una catena di montaggio. Il racconto più famoso riguarda la visita di Enrico III di Francia nel 1574, quando una galera sarebbe stata allestita nel tempo di un banchetto: una dimostrazione di forza pensata per un re, più che la misura del lavoro di tutti i giorni.

La fluitazione: menàus e zattieri

Portare i tronchi dalla montagna alla laguna richiedeva mestieri diversi. Nel primo tratto, sui torrenti, il legname scendeva sciolto, spinto dalla corrente: era la menada, e in Carnia gli uomini che la accompagnavano si chiamavano menàus, i menadàs del versante del Piave. Divisi in squadre, preparavano l’alveo fissando tronchi nei punti in cui il legname rischiava di incastrarsi, presidiavano il passaggio e liberavano con l’anghîr i pezzi incagliati, calandosi con le corde nelle forre più strette. Secondo i calcoli riportati dallo storico Giorgio Ferigo, una menada avanzava di poco più di due chilometri al giorno.

Dove l’acqua non bastava si costruivano le stue, sbarramenti di tronchi e sassi che trattenevano l’acqua e la rilasciavano tutta insieme in una piena artificiale. Alla stua tra Ampezzo e Sauris, fra il 27 giugno e il primo agosto del 1755, lo stuaro contò quasi quattromila taglie appartenenti a una sola società di mercanti. Più a valle, nei porti fluviali come Portis, dove il Fella entra nel Tagliamento, il legname veniva segato o legato in zattere e proseguiva verso la pianura governato dagli zattieri.

I libri contabili di un’impresa del legname di Mione, nel Settecento, raccontano anche chi faceva questo lavoro: la gran parte dei boscaioli attivi in Carnia non era carnica, ma veniva dal Canal del Ferro, da Tramonti e dal Comelico, mentre i carnici partivano a loro volta come emigranti stagionali.

La Carnia e i boschi della Repubblica

Dalla metà del Quattrocento la Repubblica censì e misurò, pianta per pianta, i boschi di rovere da cui dipendevano le sue navi, e magistrature come i Provveditori alle legne e boschi fissavano il diametro minimo sotto il quale un albero non si poteva tagliare. In Carnia, però, la gran parte del legname passava per le mani di mercanti carnici, friulani e veneziani, che compravano i lotti in piedi, li facevano abbattere e segare e li vendevano sulle piazze della pianura e di Venezia. I boschi banditi restavano riservati all’Arsenale.

Il riferimento amministrativo era Tolmezzo, capoluogo storico della Carnia, dove al gastaldo si chiedeva l’investitura sulle acque per far scendere il legname. Oggi in Palazzo Campeis il Museo Carnico delle Arti Popolari «Michele Gortani» racconta la vita delle valli da cui quel legno partiva, e chi vuole fermarsi trova base all’Albergo Diffuso Tolmezzo.

Scendendo lungo il Tagliamento si incontra Venzone, borgo fortificato sulla strada che da Aquileia saliva verso il Norico, entrato nella Repubblica di Venezia nel 1420 insieme a quasi tutto il Friuli. Nel cinquecentesco Palazzo Orgnani-Martina ospita una mostra permanente dedicata proprio al bosco, «Foreste, Uomo, Economia nel Friuli Venezia Giulia».

I mosaicisti e i sassi del Tagliamento

Lungo lo stesso fiume viaggiava un’altra materia prima. Dal Cinquecento terrazzieri e mosaicisti del Friuli occidentale, da Sequals, Fanna, Arba, Cavasso e Spilimbergo, sono documentati nei cantieri di Venezia, dove posavano i pavimenti a seminato, quello che ancora oggi si chiama seminato alla veneziana. La materia prima la davano i greti del Meduna e del Tagliamento, una riserva di sassi di ogni colore a pochi passi da casa. Quella tradizione continua nella Scuola Mosaicisti del Friuli, fondata a Spilimbergo nel 1922.

L’altra metà di questa storia arrivava via mare: la pietra d’Istria, con cui Venezia costruì rive, gradini e facciate.

Cosa rimane

La fluitazione si spense lentamente nel Novecento, con l’arrivo di strade e ferrovie. Sul Piave la crisi cominciò con il treno, arrivato a Perarolo nel 1913, e l’ultima menada sul Boite risale al 1942; in Carnia, sul Degano, il legname scendeva ancora per acqua negli anni Sessanta, come mostrano le fotografie di Umberto Candoni. I boschi sono ancora lì, e il Tagliamento è considerato l’ultimo fiume alpino che conservi una morfologia naturale, con il suo letto largo e intrecciato che nessuno ha mai rettificato.

L’itinerario La Rotta del Legno ripercorre questa storia in cinque giorni, dalla Carnia alla laguna seguendo il Tagliamento.

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