C’è una leggenda che spiega le pietre del Carso. La Bora piangeva per un amore perduto, e ogni sua lacrima cadendo a terra si trasformava in pietra bianca. Le lacrime furono così tante che il verde altopiano fu completamente ricoperto. È per questo che il Carso è così — sassoso, aspro, battuto dal vento, con quel biancore della roccia calcarea che fa male agli occhi nelle giornate di sole.
È anche per questo che ci si affeziona, una volta che lo si capisce.
L’altopiano sopra Trieste
Il Carso triestino è l’altopiano che si estende subito sopra la città — bastano dieci minuti di macchina dal centro di Trieste e si è in un altro mondo. I borghi del Carso guardano da una parte il mare, dall’altra le coltivazioni che nascono sul terreno quasi roccioso. Sono angusti, ogni minimo spazio è sfruttato, e lasciano il resto alle coltivazioni.
I carsolini parlano sloveno — il confine è a pochi chilometri — e c’è un forte senso di appartenenza alla minoranza linguistica. Non è l’italiano di Trieste, non è lo sloveno delle città oltre confine. È qualcosa di intermedio, di ibrido, come il territorio stesso.
Le case sono costruite in pietra carsica, con le finestre più grandi rivolte verso il mare e quelle più piccole affacciate sul lato da cui spira la bora. L’architettura vernacolare del Carso ha una sua logica severa — tutto costruito per resistere al vento, per durare, per non sprecare niente.
Carso triestino cosa vedere: le osmize
È terra di vini ad alto tasso alcolico, da gustare in una delle tante osmize che si riconoscono lungo la strada, contraddistinte da una frasca sul cancello che porta verso l’interno delle proprietà.
L’osmiza è un’istituzione carsica — una cantina contadina che apre per alcuni giorni all’anno per vendere direttamente il vino di produzione propria, accompagnato da salumi, formaggi, uova sode, pane fatto in casa. Niente menu, niente comande, niente camerieri. Si siede dove c’è posto e si mangia quello che c’è. Il vino è servito in caraffa. Il prezzo è quello che è.
Per chi vuole andare più in profondità — letteralmente — la cantina Zidarich a Prepotto è il posto dove il Carso e il vino si fondono nel modo più radicale: 22 metri sotto la roccia carsica, la Vitovska macera in contenitori di pietra calcarea. Un vino che non assomiglia a nessun altro.
Sul confine
Il Carso è anche storia di guerra. Si possono vedere le grotte utilizzate come ricoveri e depositi di munizioni, i crateri provocati dalle granate, i camminamenti e le trincee scavate dai soldati. La Prima Guerra Mondiale qui fu combattuta palmo a palmo, sulla roccia, per anni. I nomi delle battaglie dell’Isonzo sono entrati nella storia militare europea.
Oggi quei luoghi sono silenziosi, con i faggi che crescono nelle trincee e i giovani che fanno trekking dove i soldati morivano. È una delle sensazioni più strane che il Carso sa dare — questa sovrapposizione di bellezza e memoria che non riesci a separare.
Per pranzo o cena, Lokanda Devetak a Savogna d’Isonzo è il posto giusto — dal 1870 sul Monte San Michele, sei generazioni di famiglia, cucina carsica e una cantina con 13.000 bottiglie scavata nella roccia. Il Carso in un tavolo.
Questo territorio fa parte dell’itinerario Il Filo d’oro della Malvasia — che dal Collio scende verso il Carso prima di attraversare il confine sloveno.
Il Carso triestino è uno di quei territori che si capisce solo venendoci. Non basta guardarlo su una mappa o leggerlo su una guida — bisogna sentire la bora che piega gli alberi, camminare sulla roccia bianca, entrare in un’osmiza e sedersi a un tavolo senza menu. Solo allora si capisce perché chi è cresciuto qui non se ne va volentieri, e chi ci arriva per la prima volta torna.


