Nel piccolo museo blu di via Alma Vivoda, a Isola d’Istria, c’è una sala che pochi si aspettano di trovare in una cittadina di pescatori. È dedicata a Pietro Coppo, nato a Venezia sul finire del Quattrocento e vissuto gran parte della vita proprio qui, a Isola, dove ricoprì cariche pubbliche e dove morì. Coppo fu uno dei cartografi più rigorosi del suo tempo: le sue mappe dell’Istria, disegnate con una precisione insolita per l’epoca, sono ancora oggi un documento fondamentale per capire come i veneziani vedevano — letteralmente — questo territorio.
Isola, avamposto di confine
Isola, all’epoca di Coppo, era già da due secoli parte della Repubblica di Venezia — lo sarebbe rimasta fino alla caduta della Serenissima nel 1797. Come molte città costiere dell’Istria, viveva in una posizione delicata: porto commerciale strategico, avamposto amministrativo, ma anche crocevia di lingue e culture diverse — venete, slave, austriache — che qui convivevano da secoli senza mai fondersi del tutto. Un cartografo che sceglie di vivere in un luogo simile non si limita a misurare distanze: impara a leggere un territorio conteso, fatto di confini mobili e identità sovrapposte.
L’entroterra che Coppo disegnava a mano
C’è qualcosa di significativo nel fatto che un cartografo abbia scelto di vivere proprio nel punto in cui la costa incontra l’entroterra collinare. Da Isola, in pochi minuti, il paesaggio cambia: il mare lascia il posto a colline terrazzate, uliveti secolari, vigneti che si arrampicano su pendii di flysch. È lo stesso paesaggio che Coppo disegnava a mano, tratto dopo tratto, senza satelliti né rilievi aerei — solo osservazione diretta e pazienza.
Salendo verso Malija, tra gli uliveti che si affacciano sul golfo, si trova l’uliveto di Vanja Dujc, uno dei produttori di olio più premiati d’Europa. Anche lui, come Coppo cinquecento anni prima, ha imparato a leggere il territorio pezzo per pezzo — non con la penna, ma con il rastrello e il torchio, distinguendo dodici varietà di olive per costruire le sue miscele.
Un frantoio, una cantina, la stessa terra
Poco più in là, a Korte, un antico frantoio ottocentesco è oggi Hiša Torkla, dove la griglia ha sostituito il torchio ma la vocazione contadina resta intatta. La cucina qui non insegue tendenze: lavora con quello che il territorio offre stagione per stagione.
E scendendo verso Capodistria, a Gažon, la famiglia Rojac coltiva la vite da oltre quattrocento anni sulle stesse terrazze che Coppo avrebbe visto dalla sua Isola — lo stesso Renero che la Serenissima tassava tre volte più degli altri vini, segno di una qualità riconosciuta già allora. Quattro secoli di continuità agricola, in un territorio che ha cambiato bandiera più volte ma non ha mai smesso di produrre le stesse uve.
Percorrere oggi questo entroterra, da Isola alle colline di Capodistria, significa in qualche modo ripercorrere lo sguardo di un cartografo che per primo ha provato a mettere ordine su un territorio complesso, di confine, conteso tra culture diverse. La differenza è che oggi, al posto della carta e dell’inchiostro, ci sono un piatto in tavola, un bicchiere di vino, un cucchiaio d’olio — la stessa terra, letta con altri strumenti.
Un anniversario, una mappa ritrovata
Nel 2025 ricorrono i cinquecento anni dalla realizzazione della carta di Coppo, e il territorio lo ha celebrato con una serie di iniziative — una mostra itinerante tra Pirano e Isola, un convegno internazionale a Palazzo Manzioli con studiosi da Slovenia, Italia e Croazia. Per un giorno, la mappa originale, conservata al Museo del Mare di Pirano, è tornata a Isola, dove probabilmente fu disegnata: un piccolo gesto simbolico, la carta che ritorna nel luogo che raccontava.
È un dettaglio che dice qualcosa di più ampio su questo territorio: la memoria si conserva, ma resta viva solo quando qualcuno continua a percorrerla. Che sia un cartografo con la sua penna, o un viaggiatore con la sua auto, il gesto è lo stesso — attraversare l’Istria, un pezzo alla volta, per capirla davvero.
Trovi il percorso completo nell’itinerario L’Istria Verde: da Isola alle colline di Capodistria.




