C’è un materiale che unisce Venezia all’Istria più di qualsiasi trattato o confine. Non è il vino, non è il sale. È la pietra d’Istria — il carparo, quella roccia calcarea chiara che affiora ovunque nell’entroterra istriano e che per secoli è stata il materiale da costruzione preferito della Serenissima.
Se camminate a Venezia e toccate lo stipite di un palazzo antico, le colonne di una chiesa, i gradini di un ponte, state toccando Istria. Quella pietra è venuta da qui — dalle cave di Rovigno, di Valle, di Orsera — imbarcata su navi a vela e scaricata alle fondamenta di una città che non ha terra ferma sotto i piedi. La pietra d’Istria non marcisce nell’acqua salata. Non si sfalda. Resiste al tempo meglio del marmo. Era la scelta obbligata per una città costruita sull’acqua, e i veneziani lo sapevano bene.
La pietra d’Istria e il territorio che la produce
L’entroterra istriano che la produce è uno dei territori meno raccontati dell’Adriatico. Borghi medievali arroccati su colline di pietra bianca, strade strette che salgono verso centri storici rimasti quasi intatti, una cucina di territorio che mescola influenze veneziane, slave e mitteleuropee senza che nessuna prevalga davvero.
Grisignana — Grožnjan in croato — è diventata negli anni Settanta un borgo di artisti internazionali, sede di festival di musica da camera e residenze creative. Ma prima era una fortezza veneziana che controllava le vie dell’interno, e i suoi vicoli di pietra bianca raccontano ancora quella storia più di qualsiasi insegna contemporanea. D’estate si riempie di visitatori; fuori stagione è quasi deserta, e in quel silenzio si capisce cosa fosse prima.
Montona — Motovun — domina la valle del Mirna dall’alto di una collina che sembra uscita da un dipinto fiammingo. Le mura veneziane sono intatte. Il leone di San Marco è ancora sopra la porta principale. Sotto, nel bosco che scende verso il fiume, crescono i tartufi bianchi e neri che hanno reso questa zona famosa in tutta Europa — meno conosciuti di quelli di Alba, ma non meno pregiati, e molto meno cari.
Rovigno è forse la città più veneziana fuori dalla laguna. Il campanile che domina la città vecchia è una copia quasi identica di quello di San Marco — costruito dagli stessi artigiani, con la stessa pietra. I vicoli salgono stretti verso la chiesa di Sant’Eufemia, il porto guarda verso l’Adriatico, e in alcune famiglie si parla ancora il rovinese, un dialetto veneto sopravvissuto a ogni cambio di bandiera.
Seguire la pietra
Questo itinerario segue la pietra. Non nel senso letterale delle cave — anche se una visita è possibile — ma nel senso di un territorio plasmato da quel materiale: l’architettura rurale delle masserie costruite in carparo, i muri a secco che dividono gli uliveti, i centri storici dove ogni edificio ha quella tonalità bianco-grigia che cambia con la luce del giorno. Al mattino presto è quasi argentata. A mezzogiorno diventa abbagliante. Al tramonto prende una tinta calda, quasi dorata, che ricorda i palazzi di Venezia quando il sole scende sulla laguna.
Il territorio offre anche altro: olio d’oliva tra i migliori della Croazia, vini naturali che iniziano ad attirare attenzione internazionale, una tradizione di cucina di mare a Rovigno che non ha niente da invidiare alle coste più celebrate. La Konoba Batelina a Banjole serve pesce del giorno pescato dalla famiglia Skoko — specie povere e neglette che altrove non trovate neanche al mercato. Il Ristorante Puntulina è costruito letteralmente sulle rocce a picco sul mare, con una vista che da sola vale il viaggio.
Quando andare
Il periodo migliore è maggio-giugno o settembre-ottobre. L’estate è affollata, soprattutto Rovigno. Fuori stagione l’Istria interna è quasi tutta per voi — i prezzi scendono, i ristoranti hanno tempo per i clienti, e la luce è quella giusta per capire perché questa pietra ha attraversato l’Adriatico per secoli.
Tre giorni sono il tempo giusto per capirlo. Forse ne vorrete quattro.
Trovi il percorso completo nell’itinerario Le Terre della Pietra Bianca







